Remigrazione: cos'è e cosa significa
Una parola tedesca, una teoria francese, un caso politico tutto europeo — e ora anche italiano. Storia e significato di un termine che divide.
Nel gennaio 2024 centinaia di migliaia di tedeschi sono scesi in piazza contro una parola. «Remigration». A darle un peso improvviso era stata un'inchiesta del sito investigativo Correctiv, che aveva ricostruito un incontro riservato tenuto a Potsdam poche settimane prima, dove esponenti della destra radicale e dell'ambiente identitario avrebbero discusso di piani per il rimpatrio su larga scala di persone di origine straniera. Da allora la remigrazione ha smesso di essere un tecnicismo da forum ed è entrata, di forza, nel dibattito europeo. Italia inclusa.
Alla lettera il termine indica una cosa semplice: il ritorno di persone immigrate verso i Paesi d'origine. Ma la lettera spiega poco, perché tutto sta in due parole non dette — quali persone e con quale grado di volontarietà. Nella versione ristretta si parla di rimpatrio di chi non ha titolo a restare, cosa che gli ordinamenti già prevedono e praticano. Nella versione ampia, quella che ha acceso la miccia, il concetto si allarga agli stranieri regolari e persino ai loro figli, nati e cresciuti in Europa. È tra queste due letture che passa tutta la distanza politica.
Una parola con una storia precisa
«Remigrazione» ricalca il tedesco Remigration ed è cresciuta nell'alveo dei movimenti identitari di lingua tedesca. Le sue radici ideologiche, però, sono francesi: rimandano alla teoria del «grande rimpiazzo» (grand remplacement) dello scrittore Renaud Camus, secondo cui le popolazioni europee verrebbero deliberatamente sostituite da immigrati. È una tesi che demografi e storici hanno smontato punto per punto e che i principali fact-checker classificano come teoria del complotto.
Che non fosse una parola neutra lo aveva già certificato, nel 2023, una giuria di linguisti tedeschi: eleggendo Remigration «Unwort des Jahres», la parola-vergogna dell'anno, per il suo uso eufemistico a copertura dell'idea di espulsioni di massa. È in questo bagaglio — non nel dizionario — che va cercato il vero significato del termine.
Riconquista e remigrazione
Chi la promuove raramente la nomina da sola. Quasi sempre la accompagna a un'altra parola, «riconquista», e le due vanno lette insieme: la riconquista è la meta — un'identità nazionale da ripristinare — la remigrazione lo strumento demografico per arrivarci. Non a caso i cortei che negli ultimi anni hanno sfilato in alcune città europee hanno impugnato entrambi i termini quasi come sinonimi.
Come è arrivata in Italia
Da noi il tema è rimasto a lungo confinato ai margini, finché non ha trovato una cassa di risonanza inattesa in Roberto Vannacci. L'ex generale l'ha riportato nel discorso pubblico e ne ha fatto un tratto riconoscibile della sua proposta, poi confluita in Futuro Nazionale. Quella che per anni era stata una parola d'ordine di nicchia si è così ritrovata nei talk show e sui giornali nazionali. La posizione di Vannacci, nel dettaglio, è uno dei tratti che i suoi sostenitori rivendicano e i suoi avversari contestano con più durezza.
Attorno al tema sono nate raccolte di firme e proposte, mentre dall'altra parte associazioni per i diritti civili, giuristi e forze di centrosinistra hanno parlato apertamente di un lessico da non sdoganare. Il punto, per loro, non è solo cosa si propone, ma quali parole si sceglie di usare per proporlo.
Il muro giuridico
C'è poi un ostacolo che prescinde dalle opinioni. Un cittadino non può essere espulso dal proprio Paese, e le espulsioni collettive sono vietate: in Europa lo mette nero su bianco il Protocollo 4 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Tradotto: le ipotesi più radicali, quelle che toccano cittadini o persone di seconda generazione, in uno Stato di diritto restano semplicemente impraticabili. A cui si aggiunge un dato che i sostenitori tendono a sorvolare — la dipendenza di interi settori produttivi europei, dall'agricoltura all'assistenza, dal lavoro immigrato.
Restano, sull'altro versante, il rimpatrio degli irregolari — già previsto e su cui il dibattito è tutt'altro che nuovo — e la rivendicazione del diritto di discutere di immigrazione senza tabù. È su questo crinale, sottile e infiammabile, che la parola continua a correre.
Tre cose da sapere
È entrata nei dizionari?
In Germania sì, come termine di uso politico — tanto da meritarsi nel 2023 la bocciatura come Unwort des Jahres. In Italia resta un prestito recente, più diffuso nella cronaca politica che nella lingua comune.
Chi l'ha portata alla ribalta?
In Europa l'ambiente identitario di lingua tedesca; il caso di Potsdam rivelato da Correctiv nel 2024 ne ha fatto un tema di massa. In Italia il nome più associato al termine è quello di Roberto Vannacci.
Perché scatena tante reazioni?
Perché sotto la stessa parola convivono due cose molto diverse: il rimpatrio di chi è irregolare e l'idea di un allontanamento su base identitaria. La seconda evoca, per i critici, scenari che le democrazie europee considerano fuori discussione.
Redazione Archivio Vannacci
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