Approfondimento

Col Moschin: il 9° Reggimento d'assalto

Gli incursori dell'Esercito, l'unità che porta il nome di una battaglia del 1918 — e uno dei comandi più importanti nella carriera di Roberto Vannacci.

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Paracadutista militare in fase di lancio, simbolo dei reparti d'assalto paracadutisti
Gli incursori, le forze speciali dell'Esercito © Archivio Vannacci

Di certi reparti si parla per le missioni; del Col Moschin si parla soprattutto per chi non ci entra. La selezione degli incursori è tra le più dure delle Forze Armate italiane, con percentuali di idonei che si contano sulle dita. Chi la supera finisce in un mondo ristretto e riservato — quello delle forze speciali dell'Esercito. Ed è in quel mondo che Roberto Vannacci ha lasciato una parte importante della sua carriera in divisa.

Il nome per esteso è 9° Reggimento d'assalto paracadutisti "Col Moschin". Ha sede a Livorno e raggruppa gli incursori: gli operatori addestrati ad agire dietro le linee, in missioni che vanno dalla ricognizione in profondità all'azione diretta, dal recupero di personale al concorso nelle operazioni internazionali. Sulla carta è un reggimento come altri; nella realtà è uno dei pochi reparti italiani paragonati, per addestramento e impiego, ai corpi speciali stranieri più noti.

Il nome viene dal Grappa, giugno 1918

Dietro quel toponimo c'è una data. Nel giugno del 1918, sul massiccio del Grappa, i reparti d'assalto italiani — gli Arditi — riconquistarono la posizione del Col Moschin in una delle azioni più citate della Prima guerra mondiale, per rapidità e spregio del rischio. Il reggimento moderno raccoglie idealmente quell'eredità: la linea che unisce gli Arditi della Grande Guerra agli incursori di oggi passa proprio da lì. Non è un dettaglio decorativo — è il modo in cui il reparto racconta sé stesso.

Come si diventa incursore

Qui sta la parte che alimenta il mito. Il percorso per il basco degli incursori mette alla prova il fisico e, ancora di più, la testa: prove di resistenza allo sforzo, alla fatica prolungata, alla privazione, con un tasso di abbandono altissimo. Chi arriva in fondo acquisisce competenze che spaziano dal lancio con il paracadute alle operazioni anfibie, dall'infiltrazione al combattimento ravvicinato. Molti candidati arrivano dalla Brigata Folgore, il bacino naturale dei paracadutisti dell'Esercito; solo una minoranza approda al Col Moschin.

Il capitolo Vannacci

Roberto Vannacci il Col Moschin non l'ha solo attraversato: lo ha comandato. In una carriera lunga quasi quarant'anni, il comando del 9° Reggimento è uno degli incarichi di vertice che gli sono stati affidati, dopo una formazione maturata proprio nel mondo dei paracadutisti. È un pezzo di biografia che l'ex generale porta con sé ancora oggi, nel linguaggio e nei riferimenti: quando parla di disciplina, gerarchia e cameratismo, parla la lingua di quel reparto.

Non stupisce, allora, che il tono militare sia rimasto un tratto distintivo anche del Vannacci scrittore e politico, dal suo primo libro in poi. La divisa l'ha lasciata, il vocabolario no.

In breve

Dove ha sede?

A Livorno, inquadrato nelle forze speciali dell'Esercito Italiano.

Col Moschin e Folgore sono la stessa cosa?

No. La Folgore è la grande unità dei paracadutisti; il Col Moschin è il reparto degli incursori, con una selezione ancora più ristretta. Spesso i secondi vengono dalla prima.

Da dove viene il nome?

Dalla riconquista del Col Moschin, sul Grappa, nel giugno 1918, a opera degli Arditi durante la Prima guerra mondiale.

RAV

Redazione Archivio Vannacci

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